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Dance across the boundaires

LOVE, OBJECTS AND THINGS

Sono nella mia stanza e non riesco a togliere lo sguardo da  una vecchia fotografia. Mi riporta alla memoria  il momento esatto dello scatto, la vita che decisi di intraprendere poi e la vita che sto attualmente vivendo. È incredibile la potenzialità delle fotografie o comunque degli oggetti ai quali siamo profondamente legati. Tempo fa intrapresi la lettura de L’amore ai tempi del colera dello scrittore  Gabriel García Márquez  e ad attirare la mia attenzione furono queste parole:«Non era facile immaginare la quantità di cose che lasciavano gli uomini dopo l’amore. Lasciavano vomiti e lacrime…pozze di sangue, impiastri di escrementi, occhi di vetro, orologi d’oro, dentiere, reliquari con riccioli dorati, lettere d’amore, di affari, di condoglianze… Lotario Thugut le metteva sottochiave, pensando che prima o poi quel palazzo caduto in disgrazia, con le migliaia di oggetti personali dimenticati, sarebbe diventato un museo dell’amore» 

Museo delle relazioni interrotte

e non potei fare a meno di chiedermi se  Olinka Vištica, produttrice cinematografica e Dražen Grubišic, scultore, fondatori del Museo delle relazioni interrotte, non abbiano preso spunto anche  dalle parole di questo romanzo.

Sul sito del museo  lessi che Olinka e Drazen alla fine della loro relazione non volevano disfarsi degli oggetti che li avevano accompagnati per quattro lunghi anni e da qui venne l’idea di esporli in un museo. Così dal 2006, nella capitale della Croazia, Zagabria, è possibile ritrovarsi circondati di oggetti simbolo di storie d’amore terminate, oggetti personali donati da ex amanti accompagnati da brevi descrizioni. Nel 2016 è stata aperta una succursale del museo anche  a Los Angeles.

Olinka e Dražen considerano il loro museo, il più triste del mondo, come «un concetto d’arte che parte dal presupposto che gli oggetti possiedono caratteristiche integrate, come fossero ologrammi di ricordi ed emozioni,  e intendono creare uno spazio di “memoria sicura” o “ricordo protetto”, al fine di preservare il patrimonio materiale e immateriale dei rapporti interrotti» .

Tra gli oggetti del museo troviamo anche un’ascia, oggetto chiamato “ex-ascia”,  donata da una donna di Berlino. Venne utilizzata per ridurre in pezzi l’arredamento di casa di una donna lasciata dalla propria compagna. L’ascia è descritta come “strumento terapeutico”. 

Non sorprende se nel 2013 il coreografo  Giulio D’Anna  prese spunto proprio dal museo delle relazioni interrotte per la realizzazione del suo spettacolo O O O O O O O (IT). Fu prima realizzata la versione olandese con 8 performers internazionali e nel 2014 arrivò in Italia con una versione tutta italiana in collaborazione con la compagnia Fattoria Vittadini.  La performance nasce dal materiale estrapolato dai  Curriculum Vitae dei performers. Gli interpreti  articolano verbalmente e fisicamente memorie ed esperienze d’intimità ferita, esponendo i propri sentimenti e   memorie come in un atto rituale, una cerimonia catartica. Come atto di guarigione.  O O O O O O O (IT) si ripropone di offrire un momento di autoidentificazione e riflessione.

Anche voi, cari lettori, avete degli oggetti che vi riportano alla memoria delle relazioni interrotte?

Io ricordo che durante la mia adolescenza, quando ancora ero solita passare i pomeriggi nella grande casa di famiglia situata a Moscufo , un piccolo paese abruzzese, fui rapita da un momento di rabbia mista ad un po’ di nostalgia e presi le foto del mio fidanzatino di allora e le gettai in un bidone per cercare di dimenticarlo. Ripensandoci non posso fare a meno di sorridere, ma alla fine chi non si è ritrovato nella mia stessa situazione almeno una volta nella vita?

Ogni relazione finita porta con sé  dei ricordi, belli e brutti, che ci vengono alla memoria tramite la vista di indumenti, fotografie, lettere, insomma oggetti legati a quei momenti. Per questo quando una relazione volge al termine è tradizione raccoglierli tutti e disfarsene per poterla dimenticare. È  vero anche che  il più delle volte non riusciamo a liberarcene per il grande legame affettivo investito in quegli oggetti  con il tempo. Ricordo una puntata della serie televisiva statunitense Una mamma per amica nella quale  la figlia Rory dopo aver rotto dal suo fidanzato raccolse tutti gli oggetti legati alla relazione, vestiti, pupazzi, li sistemò in una scatola e diede il compito alla madre di farla sparire. La madre Lorelai, ormai esperta in queste situazioni, non la gettò via sapendo che la figlia prima o poi si sarebbe pentita di questo gesto.

Riferimenti alla mia adolescenza a parte, il filosofo Remo Bodei ci spiega questo nostro legame con gli oggetti nel suo libro La vita delle cose dicendo che « noi investiamo intellettualmente e affettivamente gli oggetti, diamo loro senso e qualità sentimentale, li avvolgiamo in scrigni di desiderio o in involucri ripugnanti, li inquadriamo in sistemi di relazioni, li inseriamo in storie che possiamo ricostruire e che riguardano noi o altri» e come dargli torto?

Allo stesso modo lo scrittore, drammaturgo e giornalista tedesco Hans Erich Nossack scrisse sui bombardamenti  di Amburgo del 1943:

 «È da noi che questi oggetti ricevono la vita, perché ad essi in un certo momento abbiamo rivolto il nostro affetto. Assorbono in sé il nostro calore e lo custodiscono con gratitudine, per poi restituircelo arricchendoci con esso in tempi bui. Noi eravamo responsabili nei loro confronti, potevano solo morire con noi.» 

Tadeusz Kantor

Ma se voltiamo lo sguardo al  Novecento non possiamo non fare riferimento alle opere di  Tadeusz Kantor, pittore, scenografo e regista teatrale polacco che fonda  la sua teoria del teatro proprio su una  poetica degli oggetti. 

 «Sono sempre stato affascinato dalle opere d’arte generate da relitti. Un relitto è ciò che rimane dopo la distruzione, qualcosa che è assolutamente divenuta inutile e che ha un passato tragico. Solo i ricordi possono ricrearne la funzione » afferma Kantor.  

Un oggetto usato, trovato, logorato dal tempo porta i segni tangibili della sua storia e come tale ha un potenziale narrativo sulla quale si basa l’estetica di Kantor. Importante per lui è la scelta dell’oggetto, il materiale con il quale è fatto, perché il potenziale comunicativo che un relitto/oggetto possiede è importante non solo da un punto di vista estetico ma anche metodologico. L’attore interagisce con l’oggetto/relitto che lo spinge ad assumere determinati atteggiamenti e, così facendo, dà  vita all’oggetto creando  un’interazione non unilaterale. 

Kantor arriva a definire alcuni oggetti scenici bio-oggetti in quanto essi diventano vere e proprie protesi per l’attore poiché con il loro potenziale drammaturgico sono in grado di stimolare una relazione creativa con l’attore e conducono ad una nuova imprevista sequenza scenica.

Nello spettacolo teatrale Powrót Odysa [Il ritorno di Ulisse], di StanisBaw WyspiaDski rappresentato da Kantor intorno al 1949, la scenografia  è costituita unicamente da un vecchio tavolo, un tappeto arrotolato ed una grande ruota di legno, di quelle che si usavano per le carrozze.  La ruota è stata trovata da Kantor stesso tra le immondizie e l’ha  sottratta al suo destino socialmente fissato (la discarica) e le ha imposto  una diversa collocazione (l’arte). 

Museo Cricot

Nella città di Cracovia  si trova il Museo del teatro Cricot 2  che raccoglie molte testimonianze sceniche di Tadeusz Kantor, dove troviamo  numerosi disegni e costumi e anche una raccolta di oggetti scenici: vecchi tavoli, sedie deformi, armature di letti ridotte in pessime condizioni. 

Per via della città e del periodo storico alla quale risalgono gli oggetti è possibile trovare un’analogia, seppur tragica e imparagonabile, con il campo di concentramento di Auschwitz divenuto un museo. Il blocco numero 5 di Auschwitz contiene quasi tutti gli effetti personali degli Ebrei internati nel complesso del Lager che gli Alleati raccolsero al momento della liberazione. Si tratta di una quantità di oggetti  elevata.  Troviamo un’autentica montagna di bagagli di ogni tipo (in pelle, in cuoio, etc.), e anche  scarpe sistemate in ordine crescente di età. 

Possiamo trovare altri esempi di musealizzazione dell’oggetto, con il Museo dell’innocenza situato ad Istanbul in Turchia. È un museo letterario ispirato all’omonimo romanzo pubblicato nel 2008 dallo scrittore turco Orhan Pamuk, vincitore del premio Nobel per la letteratura nel 2006.  Il museo presenta ciò che i personaggi del romanzo hanno utilizzato, indossato, sentito, visto, raccolto e sognato, il tutto disposto in scatole e vetrine. 

Pamuk iniziò a raccogliere oggetti per il museo a metà degli anni 1990, al fine di « esporre in un museo i veri oggetti di una storia di fantasia e di scrivere un romanzo sulla base di questi oggetti». Alcuni degli oggetti esposti nel museo furono donati da familiari e amici dello scrittore, altri furono trovati ad Istanbul, altri ancora raccolti in giro per il mondo.            Un altro esempio è Il Museo della memoria del mare dell’artista Mohsen Lihidheb situato a Zarzis in Tunisia. Consiste nella selezione degli oggetti che il mare riconsegna sulle spiagge di Zarzis: scarpe, vestiti, documenti, anche giocattoli. Ritornando agli scritti di Remo Bodei ne La vita delle cose troviamo un’ulteriore distinzione,  una distinzione tra “oggetto” e “cosa”. « Investiti di affetti, concetti e simboli che individui, società e storia vi proiettano, gli oggetti diventano cose, distinguendosi dalle merci in quanto semplici valori d’uso e di scambio» .                                                             Ad oggi siamo in grado di distinguere gli oggetti dalle cose? Possediamo delle cose o degli oggetti?                                                                              Una volta era più semplice ritrovarsi circondati di “cose”, perché gli oggetti erano duraturi, erano destinati a vivere più a lungo di noi, « dureranno più in là del nostro oblio » affermava Borges nella poesia Las cosas.                                                                                                              Oggi gli oggetti sono progettati in modo da non durare troppo e di fatto rimane più semplice sostituirli che ripararli, impedendoci così di proiettarvi i nostri sentimenti e le nostre idee. Avviene una perdita violenta degli oggetti.                                                                                                       Nell’ultimo capitolo del libro La vita delle cose  l’arte viene considerata come mezzo in grado di trasformare gli oggetti in cose. Un esempio è la “natura morta”, in particolare quella olandese del Seicento. I soggetti dipinti nascondono precisi e codificati valori simbolici, i vegetali, la frutta, i fiori recisi, i pesci, i crostacei, la cacciagione sono tutte cose dipinte per la gioia e il godimento degli uomini. Esse appaiono sospese tra la vita effimera o appena spenta e la morte. «Testimoniamo insieme i piaceri della vita e il desiderio di approfittarne prima che sia tardi, l’appagamento di tutti e cinque i sensi e il loro progressivo indebolimento, i momenti lieti e il loro trascorrere, l’utilità e la bellezza dei beni quotidiani e la loro caducità » afferma Bodei. Se curiosiamo un po’ nel mondo della danza, possiamo vedere quanto sia importante la memoria delle cose ma anche del corpo dei danzatori in molte creazioni contemporanee. 

Insideout

Un riferimento su tutti,   Insideout  di  Sasha Waltz, coreografa tedesca, ballerina, leader della compagnia di danza Sasha Waltz and Guests. Lo spettacolo è nato dall’idea di realizzare una coreografia simile ad una mostra espositiva, in cui lo spettatore gestisce autonomamente lo spazio e il tempo di fruibilità dell’opera. All’interno della struttura ideata da Thomas Schenk, fatta di corridoi e scalette che collegano tra loro numerose casupole di legno, l’impressione è quella di violare l’intimità dei performers. Il contenuto delle coreografie è intimista e autobiografico poiché  ispirato alla vita stessa dei ballerini provenienti da 19 paesi diversi e quattro continenti diversi, alla loro storia, alla loro memoria e alla loro identità.
I performers  rappresentano il moderno villaggio globale dove temi come l’identità, la migrazione e il rapporto con le proprie origini vengono espressi con il linguaggio del corpo, coi gesti, la voce e vecchie storie. Ciascuno ha dei piccoli oggetti ricordo o foto in bianco e nero con cui far dialogare il proprio corpo: una coppia di innamorati, un bambino ossuto, un’elegante signora con cui prendere un caffè o un primo piano di una  giovane donna da indossare come una maschera. 

Un altro esempio più vicino e nostrano è  Le vent noir della coreografa italiana e direttrice di DANCEHAUS, Susanna Beltrami.

Lo spettacolo è nato dalla lettura di Gaston Bachelard, pensatore francese, in particolare dalle riflessioni sul concetto di casa onirica che afferisce al sogno e alle rêveries ( immagini dell’intimità, legate ai ricordi, alle percezioni, al riaffiorare di sensazioni ed emozioni già vissute). Il “vento nero” ci porta nell’inconscio di questa casa,  un viaggio che lo spettatore deve fare insieme ai performers. Il pubblico viene coinvolto emotivamente e fisicamente, e condotto di stanza in stanza dal percorso suggerito dai danzatori stessi. Infatti il lavoro nasce e vive non su un palco, ma all’interno delle stanze di DanceHaus Susanna Beltrami, spazio concepito e realizzato come una vera e propria “casa della danza”. 

Potremo continuare all’infinito con esempi di questo genere, ma credo sia giunto il momento di concludere. Da quella fotografia è partito questo viaggio. È incredibile come un oggetto sia in grado di scatenare emozioni, ricordi e riflessioni nell’essere umano. Credo che da questo momento in poi saremo in molti in grado di guardarli con occhi diversi. Buon viaggio con gli oggetti a voi cari.

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